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La nostra vita per le strade e contrade di Termini è stata sempre accompagnata dal «carretto». Oggi è divenuto folklore e conviene trattarne, anche perchè pur essendo per la provincia la scuola naturale del carretto sovrattutto a Bagheria, tuttavia a Termini esisteva la scuola del carretto che nata da immigrazioni in loco di Bagheresi (Giuseppe Fricano) aveva poi dato origine dopo la grande guerra ad una attrezzata opera artigianale nella costruzione dei carri, che ebbe come base di attività il rione di Conceria e della Barratina e come operatori famiglie di mastri di opera grossa e fina, intagliatori, ferrai e pittori. icorrono ancora i nomi di Patricola, Di Stefano, Guarino ed altri.
Il carro siciliano ha origini lontane sebbene poi la sua adozione come mezzo di trasporto abbia sviluppo ai primi dell’ottocento in relazione all’incremento di trasformazioni di trazzere in istrade. Primo progenitore in verità non molto conforme a quello di oggi è forse anche nato per bovini fu il carro che Federico II° disciplinò nelle misure e nell’uso con i capitoli dettati alla Università di Palermo.
Più certi e più vicini progenitori del carro sono la lettiga, la portantina e la straula. Tutte e tre i mezzi sono caratterizzati dalla mancanza di ruote. La prima impiegata per le distanze era a doppia stanga alle quali stavano attaccati due muli in fila guidati da un conducente su un terzo mulo, che a poca distanza a mezzo di una pertica dirigeva i due muli che servivano la lettiga; i posti erano due vis a vis; il procedere quanto mai scomodo e peggiore del beccheggio delle imbarcazioni.
La portantina era per le distanze cittadine e per brevi percorsi; veniva usata da tutte le classi sociali che potevano permettersi la spesa relativa. Dimostrava nel lusso interno come negli intagli la importanza dei possessori, era portata da due servi. Lo straulo era una slitta composita con legni a doppio tronco strisciante e col timone al quale venivano attaccati gli animali soprattutto bovini. Detti mezzi però non erano bastevoli al carico dei prodotti e per questo fu fiorente nella prima metà dell’ottocento la categoria dei «vurdunari» conduttori di muli propri o di terzi adibiti al trasporto di merci. Si pensi che il «caricatore» di Termini arrivò ad avere 60.000 salme di grano con i mezzi di cui sopra trasportati.
Così come i mezzi predetti furono gli antenati del carro «i vurdunari» furono gli antenati dei carrettieri. La presenza dei veicoli descritti durò fino all’ottocento per mancanza di strade. I viaggiatori che si avventuravano nell’Isola servendosi di carte topografiche che riportavano strade inesistenti ebbero a fare amare esperienze descritte nei loro libri. Solo come cosa favolosa sono descritti tronconi di strade possibili a una decente percorrenza tra le grandi città e una distanza di 40/50 Km. così per Termini da Palermo, da Messina e per Messina, per Trapani e da Trapani, da Catania e per Catania. Dal miglioramento nei percorsi delle vecchie trazzere, create soprattutto per transumazione delle greggi, venne generalizzato l’uso del carro siciliano.
La prima osservazione che fanno gli studiosi è la seguente: «il carretto considerato come mezzo di trasporto è un veicolo si può dire sbagliato perchè mentre ha in se condizioni favorevoli per superare le passività resistenti queste non si preoccupano di sminuire come potrebbero inutili disperdimenti di energia e però anche nell’ambito dei carichi piccoli non raggiunge perfettamente i tratti indispensabili alla rapida andatura, nè quelli inerenti agli aspri cammini; è un che di intermedio, nato in tempi in cui gli studi sulla trazione, erano oscillanti e durato tale e quale nel secolare volgere di anni ».
Nella parte orientale dell’Isola e soprattutto a Catania, con sottoforma di lavorazione nelle altre provincie e nei paesi si raggiunsero esempi apprezzabili. Si ricordano i tipi «a bruntisa» «a vitturisa» «a santantuninana». Uguali i dettagli ma diversa la lavorazione del ferro soprattutto negli steli e figure, teste di guerriero, ricami e fiori.
Il colore nasce anzitutto dalla necessità di proteggere il legno dalle intemperie e dal sole. Poi si sviluppa la moda delle scene soprattutto negli scacchi e nei portelli. Sono in principio toni a fondo unico come già il detto giallo e rosso di Palermo, l'azzurro verde per Catania e Provincie orientali. Erano in principio a colori unici i carri delle masserie e dei ricchi proprietari terrieri. Poi gradualmente vennero inseriti nei masciddari figure di santi ed episodi religiosi. In questi ebbero campo di lavoro gli artisti che in precedenza o concomitanza al nuovo uso si erano da tempo dedicati agli ex voti che si vedono nei santuari e che narrano la storia di miracoli. Solo successivamente nasce l'usanza di dipingere sugli scacchi figure ed episodi della dominazione normanna e soprattutto del Gran Conte Ruggiero, capitelli di colonne del chiosco di Morreale, figurazione dei soffitti, sia del Palazzo dei Normanni che delle chiese dell'epoca come della Cappella Paladina.
Ancora dopo i riferimenti si volgono alla storia dei Paladini di Francia. Sono Carlo Magno, Orlando, Rinaldo, Angelica e Agramante, combattimenti tra cristiani e pagani. I soggetti in seguito cambiano ancora e si avvicinano alle epoche più recenti. Trattano la guerra dei Vespri, le guerre Napoleoniche, i moti del 60, periodo garibaldino, la grande guerra. Contemporaneamente alla minuziosità della pittura che riempie tutto il carro, alle intagliature, si sviluppa l’arte «degli armigi» cioè i finimenti per gli animali. Vanno da quelli primordiali in corda e pelle ai ricercati con pennacchi, e penne, drappi di colore vivaci soprattutto rosso e sonagli in ogni e dove. E qui che si scatena la personalità del committente carrettiere. La chiamavano «baggianeria» ma in effetti era la estrinsecazione della personalità che si manifestava nelle forme più vistose.
Dai costruttori infatti si sapeva che là dove non fosse riuscita bene la fusione degli «uscioli», a montarsi poi se condo rigidi canoni e misure, tale da produrre un suono ritmico nel procedere, equivaleva ad annullare la commissione.
Le considerazioni di cui sopra possono essere giuste in relazione alle leggi sulla trazione solo che si allontanano dall’altro elemento più importante e cioè dalla destinazione su strada che per essere quanto mai precarie ebbero bisogno di tale tipo di veicolo.
Da questo la necessità di ruote alte e da qui la maggiore attenzione che venne a queste destinate a danno degli altri elementi delle leggi di trazione che dovettero essere adattate alla prima e in ragione del procedere. Verso il 1810 si può fissare la data certa di nascita del carro siciliano...
Il carretto rispecchia i luoghi di costruzione: Sicilia Orientale e Occidentale, le provincie per adattamenti alle due zone di territorio, la personalità del committente e del proprietario, i complessi delle generazioni nelle arti del carrozziere, intagliatore, ferraiolo e pittore. Tali ultime le categorie dei maestri che creavano a volte bellissime opere artistiche itineranti.
«U carrozzieri» chiamato «maestro d’opera grossa» per distinguerlo dallo intagliatore e dall’ebanista «maestro d’opera fina» sceglieva anzitutto i legni diversi per le diverse parti del carro. Così «u funnu di cascia» era di travetti e assi di abete; le mensole e le «stanghe» di faggio; i raggi delle ruote di «frassino» muddia); i portelli in noce «u tavulazzo» anteriore e posteriore di «faggio».
Scelti i pezzi «il carruzzieri» si metteva al lavoro costruendo anzitutto i pezzi base più grossi per poi scendere mano mano alla rifinitura.
La lavorazione procedeva all’aperto perchè lo spazio occorreva.
Qui a Termini era il rione Conceria ad ospitare le botteghe dei carri. La lavorazione avveniva a catena perchè nello stesso rione operavano maestri d’opera grossa e flna, intagliatori, maestri ferrai e pittori che si dedicavano al carro.
Mano a mano il carrozziere costruiva il «funnu di cascia», le aste, i portelli, i masciddari, i mozzi (mioli) i raggi, poi andava a passare il lavoro al maestro ferraio che adattava lo scheletro dei ferri per sostenere la cassa, le aste, i ganci e la bulloneria. A questo punto nasceva lìlemento in ferro più adornativo del carro e che dimostrava la valentia dello artista. La «caccia di fusu» è l’insieme dei pezzi in legno e ferro che attaccano la cassa al sistema di trazione. Essa è costituita da una armatura in legno al centro della quale vi è il «pizzo» che corre trasversalmente fino alla estremità dei cugni per poi chiuderli oltre con attacchi pure in ferro, avanti e dietro sono le chiavi in legno. Al centro della cassa di fusu «l’arabiseu» insieme di ferri artisticamente formati vuoi in «palme» con bordo scanalato e filamenti di ferro congiungenti le varie predette o disegni a foglia o figure, piccole teste di guerrieri, a volte anche fiori secondo le provincie e soprattutto la parte dell’Isola orientale o occidentale.
Infine l'tagliatore «maestro di opera fina» operava i lavori di abbellimento soprattutto a pizzi e gusci di mandorla. Il pittore completava l’opera inquadrando di episodi «i masciddari» e i portelli.
Come avanti detto vi sono differenze tra le due parti dell’Isola e consistono: Sicilia Occidentale Palermo Carro più leggero nello stile di costruzione, unico per tutte le caratteristiche di carico «tirraloro, furmintaru, vinarolo». Scacchi dei masciddari due per ognuno, intagliature del pizzo e delle chiavi a spigoli e gusci di mandorla, colori usati il giallo e il rosso riferentesi alla municipalità di Palermo e in uso ai tempi dei Normanni. La lavorazione del ferro nei «rabischi» soprattutto a palme con steli e raccordi. Riferimento questo più che nelle altri parti dell’isola alla architettura araba. Infatti sebbene l’arte del carro sia dell’800 tuttavia per un complesso o per un buon ricordo i maestri del ferro si riportano ai lampadari usati dagli Arabi nelle moschee e agli intagli in legno e anche in ferro che accompagnano lo stile delle balconate di nobili Palazzi arabi, fitti nella rete e nei disegni, che lasciavano passare il sole e l’aria ma impedivano agli sguardi di penetrare sopratutto negli ambienti riservati alle donne, ugualmente al «tekassir», disegno ornato nel sopradetto modo che formava il parapetto della tribuna riservata alle donne.
Dal Palermitano si differiva il carro Trapanese più pesante nella cassa e nelle ruote e con i masciddari legati e sovrastati da ferri e legni che li rendevano più sicuri, mentre gli scomparti dei masciddari erano in tre scomparti o scacchi e portavano quindi tre scene di pitture.
Così il carro, come l’animale, si inseriva nella vita del contadino e del carrettiere. Può darsi che, anche se in contrasSto con norme igieniche, l’animale era nella vita dell’uomo. O la ragione di lavoro nelle campagne o quella dei trasporti e dei commerci imponevano all’uomo di rispettare l’animale essendo questo ragione di vita. Non è lontano il ricordo di quando la greppia del mulo era ospitata nella stanza a pianterreno destinata a sala di pranzo. Così come il primo pensiero era per l’animale che al mattino doveva essere condotto fuori della casa alla sera l'ultimo era per lo stesso che doveva essere governato per la notte.
Nella giornata lavorativa uomo e quadrupede erano sempre assieme in dipendenza della attività del primo e in quelle festive e solenni il mulo bardato a festa partecipava. |
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