
Ispirato all'architettura dorica era esastilo e periptero (sei colonne sulla fronte e 14 sul fianco per due fronti e per due lati); aveva la cella tripartita, la platea con fondazioni e i gradini alti cm. 46. Le colonne ad anelli soprapposti. I materiali usati di quattro qualità provenienti da cave dello interno della Sicilia. L'elemento ornamentale più deciso è costituito dalle teste leonine con funzione di grondaie che si allineavano sull’alto della cornice. In numero di 51 quelle ritrovate costituiscono la sala Marconi al Museo di Palermo e alcune sono conservate al Museo di Termini. Sono opera di diversi artisti. La differenza si rileva nelle bozze frontali degli animali; negli occhi a spacco, triangolare in un tipo e a mandorla nell’altro, nella criniera, nelle incisioni sul muso, e nelle orecchie dritte in un tipo corte e abbassate nell’altro. Hanno in comune la grinta felina l'espressione attonita quasi a dimostrare lo stupore per la fine del tempio e degli uomini che lo avevano costruito.
Il tempio rimase immerso per secoli nelle sterpaglie e nel pietrame. Vi costruirono addosso casolari e magazzini. Fu il Palmeri ad intuire l'esistenza del tempio in quel luogo. Nel 1861 il prof. Giuseppe Meli con i termitani Barone Iannelli, Ignazio De Michele, Giuseppe Culotta scoprì le colonne e nel 1877 Luigi Mauceri riconobbe la pianta del tempio.
Gli Himeresi nei nuovi insediamenti di esilio furono bene accolti e si inserirono con facilità. Il segno primo e certo della nuova unione è dato dalle monete che prima della sconfitta gli Himeresi coniavano ad Himera e portavano scritto Himeraion e che invece a Termini portarono la scritta Thermaion Himeraion. Termini etimologicamente deriva dal greco « thermos » = calore e ha tratto fama dalle acque legate alla leggenda secondo la quale le Ninfe avrebbero fatto scaturire le acque per il riposo di Ercole.
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