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Le contrade di Termini vennero abitate da uomini isolati o in gruppi, che scelsero le caverne delle quali sono conosciute, quelle del Castello, Marfisi, Geraci, Pernice, Pileri ed altre. Che nelle stesse vi sia stata vita primordiale è dimostrato dal fatto che disegni con grafiti su quella del Castello, e tracce di oggetti rudimentali in osso, agata, selce e armi rudimentali con pietre fabbricate sono state rinvenute e in atto conservate nei musei di Palermo e Termini. Tracce di ossa combuste e ceneri, denti ed ossa di fiere ed animali vari, anche di elefante, dimostrano come l’uomo abbia dovuto condurre vita di lotte sia per difendersi che per procurarsi il cibo; ossa tagliate a metà dimostrano come l’uomo si sia servito anche del midollo in esse contenuto.
Rustici e ingenui oggettini malamente intagliati sono la prova che l’uomo primitivo’, a suo modo, si avvicinò all’arte. Grossi depositi di gusci di lumache danno per certo essere stati questi molluschi il cibo più facile ad essere procurato dagli abitatori delle caverne. Fu dopo questo periodo che si notano vestigia di vita condotta in tribù, in borghi e centri urbani poi.
Gli insediamenti umani sul territorio, in dipendenza di una convenienza urbanistica, sorgevano e sorgono in zone nelle quali la natura, la fertilità del suolo, la posizione geografica e topografica permettono possibilità di vita e di sviluppo in relazione a quelle che sono state e sono le esigenze dettate dalle norme di vita dei popoli. Così fu nell’era antica, quando i popoli, costretti a difendersi da reciproci continui attacchi di nemici vicini e lontani, si arroccavano sulle rupi ritenute adatte alla difesa e costruivano rudimentali difese.Nelle zone di mare e sulle coste, là dove la preminenza di commerci e scambi rendeva migliore la possibilità di sviluppo, gli uomini tentavano di associare queste ai sistemi di difesa che garentissero le prime.
Per queste ragioni, dagli uomini, che prima la abitarono, fu scelta la zona di Imera. Sita sulle rive del mare, in pianura ubertosa, immediatamente a monte servita da zone collinari e poi montuose atte alla difesa; alla foce del fiume Imera, la cui valle è di collegamento naturale con la Sicilia orientale e vicina alla foce del Fiumetorto, via naturale per il centro della Sicilia, costituì esempio di felice insediamento di coloni di Zancle, di stirpe Sicana che nel 649 a. C. fondarono la città.
Dal 649 a. C. al 488 a. C. Imera fu centro in crescente sviluppo, dedito ad agricoltura e commerci con le vicine colonie e gli altri centri della Sicilia.
La sua forma di governo liberaleggiante, insidiata da Tenillo, spinse gli Imeresi a chiedere l’aiuto di Terone di Siragusa e di Gerone di Agrigento, mentre Tenillo richies’e di interventi in suo aiuto i Cartaginesi. Fu così che i Cartaginesi, già forti sulla costa delle loro colonie di Panormo e Solunto, considerata la convenienza di estendere la loro influenza e i loro commerci nella zona di Imera e di piegare altresì la potenza greca appoggiata a Siragusa, decisero di intervenire con un loro esercito trasportato da una consistente flotta nella zona di Imera.
Narra Diodoro Siculo che la flotta fenicia si compose di sessanta navi da battaglia e 1500 piccole da battaglia ed onerarie; narra altresì di 300.000 uomini imbarcati, ai quali erano da aggiungersi gli alleati di Sicilia. Le navi da guerra erano le trieri a tre ordini di remi, vicine nella concezione e nella forma alle triremi romane. Portavano 200 uomini di equipaggio fra combattenti e marinai. Dei 200, 176 erano alla voga e i rimanenti 24 erano costituiti da 18 fanti da sbarco, mentre gli ultimi 6 erano ufficiali e marinai di governo compreso il pilota.
Le altre navi da guerra erano di mole piccola, portavano un carico di 25 uomini imbarcati, dei quali 9/10 vogatori e gli altri fanti da sbarco. Erano agili, facili al disimpegno, celeri nello attacco, attrezzate in modo da sfasciare il sistema di rematura delle navi avversarie, di attaccare fuoco ai legni, agendo di sorpresa.
Dominarono queste navi lungo tempo e decaddero solo quando più tardi i Romani tamponarono la loro azione con la costruzione e lo impiego delle quinqueremi e con le tniremi dotate queste del « corvo » inventato da Caio Duilio e sperimentato con successo nella battaglia di Milazzo e che consisteva in un castello mobile fornito di un gancio col quale veniva agganciata la piccola nave cartaginese sulla quale irrompevano per un ponte gli armati Romani. Le navi oneranie portavano un carico limitato con l’equipaggio formato da 5/6 uomini addetti al governo della nave.
I dati di Diodoro Siculo appaiono senz’altro alti nella indicazione del numero delle navi e degli uomini per la considerazione che saranno appresso dette.
Comandava la spedizione fenicia Amilcare generale di provata capacità. Egli sbarcò a Panormo, dopo avere superato una tempesta che incise sulla spedizione ma che fece dire al generale che l’averla superata equivaleva all’avere quasi vinto la guerra.
Panormo, colonia fenicia, fu scelta per lo sbarco dalla disponibilità di impianti e di spazi utili anche per riunire gli alleati di Sicilia.
Da Panormo, Amilcare inizia la marcia verso Imera. I fanti lungo la costa, le navi a breve distanza dalla spiaggia, procedevano di conserva.
Superata Solunto, aggregati altri alleati, Amilcare pervenne nella zona di Imera. Trasse a secco gran numero di navi nella zona oggi chiamata Canne Masche, costruì un campo trincerato attorno, lasciò le guardie e proseguì la marcia disponendo le sue forze lungo la spiaggia, senza per altro chiudere la valle del Torto a monte, errore questo che gli fu fatale nella ultima fase della battaglia.
La battaglia ebbe inzio. Gli Himeresi sostennero l’urto da soli , poi l’arrivo degli alleati, soprattutto della cavalleria agrigentina decise l’azione degli Himeresi. Un fatto non previsto aiutò Himeresi: fu catturato un messaggero che portava ad Amilcare la notizia dell’arrivo dei suoi alleati per un dato giorno ed ora.
Così poi Amilcare, nei predetti giorno ed ora, mentre sacrificava agli Dei, per nulla fu preoccupato nel vedere giungere gli
attesi alleati, che invece, erano nemici che lo uccisero, invasero il carnpo trincerato a guardia delle navi a secco, diedero fuoco a tutto e posero in rotta i Cartaginesi stringendoli in una gola a monte della piana e costringendoli alla resa soprattutto per la sete.
I danni per i perdenti furono gravi. L’esercito in parte distrutto e in parte catturato, le navi perdute quasi nella totalità. Pochi degli invasori raggiunte le poche navi alla fonda, salparono e portarono in Africa la triste notizia, che sconvolse i piani e gli animi dei Fenici e dei loro alleati Persiani, che nello stesso giorno della battaglia di Himera, a Salamina subivano altra irreparabile sconfitta.
Tali fatti, che storici antichi e moderni considerano i primi di una guerra internazionale di grande rilievo, creano il primo stadio della divisione dei continenti in occidentali ed orientali e pongono di colpo Himera alla attenzione del mondo antico.
Tali fatti dimostrano altresì, in tempi tanto lontani, la esistenza di una attività diplomatica che riuscì a tessere trame ed alleanze che portarono alla affermazione dei Greci e loro alleati. Infatti, i Siragusani rinunciarono a varcare il mare per unirsi ai Greci contro i Fenici e Persiani, rimasero in Sicilia, intervennero decisamente ad Himera sconfiggendo Amilcare, mentre i Fenici e Persiani, a Salamina, perdevano in modo clamoroso.
Così, nello stesso giorno il mondo antico vedeva sconvolti equilibri politici e rapporti di potenza. Saliva all’orizzonte la stella dei Greci e con essa l'importanza di Himera, anche se effimera fu la illusione di potenza durata appena 70 anni.
L'insediamento urbano, cinto da un muro che dal porto canale sulla foce dello Himera saliva per il crinale del primo gradino della collina a Piano Tamburini, seguiva la linea della collina fino quasi alla Grotta del Drago, nei pressi del Torto, includendo allo estremo limite la necropoli.
Come detto, le valli dell'Himera e del Torto, utili al tempo della guerra, erano indispensabili per i traffici e gli scambi con la Sicilia orientale e il centro della Isola.
I rapporti politici tra gli alleati, dopo la vittoria, si mantennero nei limiti della reciproca tolleranza fino a quando Terone di Agrigento, il cui disegno e il cui utile nello intervento a fianco degli Himeresi era stato quello di crearsi uno sbocco sul Tirreno, impose agli Himeresi il proprio figlio Trasileo.
Intanto passarono 70 anni. Diodoro Siculo aveva ammonito gli Himeresi di non illudersi sulla rassegnazione dei Cartaginesi.
Difatti, nell’anno 409 a.c., Annibale, nipote di Amilcare, organizzata una spedizione più ridotta della prima nella flotta e nelle forze di terra ma più organica, sbarcò a Lilibeo, sistemò la flotta a Mozia. Di lì marciò contro Selimunte, la rase al suolo, passò a Panormo, continuò la marcia, fermandosi a Solunto, poi la riprese fino ad Himera. Reso prudente dall'esperimento negativo del nonno chiuse le vie agli Himeresi sia per le valli del fiume che dalla spiaggia. Si fermò, organizzò le forze, poi sferrò l’attacco improvviso, massiccio e violento nel quale tuttavia gli Himeresi ebbero la meglio. Questi si persero però nello sfruttamento del successo iniziale diluendo le loro forze nello inseguimento.
Di tal fatto profittò Annibale distruggendo gruppo a gruppo i nemici che nel mentre attendevano l’arrivo di rinforzi alleati e soprattutto della cavalleria agrigentina. E’ a questo punto che intervenne l'astuzia degli attaccanti sia nell’uso dei mezzi di guerra che nell'invenzione di un tranello, che, arrovescio della prima battaglia, perdette questa volta gli Himeresi. Buonfornello, secondo molti vuoi dire fornello buono a cuocere laterizi, essendo la zona ricca di materiali argillosi e povera di calcari. Così, all'epoca, per le necessità di pace e di guerra gli abitanti si servirono dei predetti materiali anche per le mura di difesa. Di tale particolarità si accorsero i Cartaginesi, i quali scavarono all’esterno sotto le mura, le puntellarono con legni e, finito lo scavo per lungo tratto, bruciarono i legni che fecero poi rovinare i mattoni delle mura, creando una lunga breccia per la quale gli invasori entrarono nella città.
Contemporaneamente gli attaccanti fecero correre la notizia che le navi da Mozia sarebbero salpate per attaccare Siragusa. Alla notizia i Siragusani, credendovi, abbandonarono gli alleati, imbarcarono sulle navi portandosi dietro quanti Himeresi poterono e mossero verso la patria.I Cartaginesi allora già aiutati dal crollo delle mura, profittando della minore resistenza in alcune zone, penetrarono nella città, la rasero al suolo e compirono scempio degli abitanti. Si disse che sul piano Tamburini, Annibale, in memoria del nonno e per vendetta per la fine dello stesso, aiutato dai suoi, personalmente contribuì ad ucciderne tremila.
Fu la fine di Himera. Si chiuse una pagina di vita e di storia, se ne aprì un’altra dolorosa. L’esilio degli Himeresi con fuga verso Termini, Brucato, Caccamo, Collesano. Rimase il tempio, distrutto nella costruzione e nei simboli, testimonianza della caducità degli eventi umani, pagina bella ed effimera delle buone intenzioni, con dentro i resti bruciati delle tavole di pace che avevano consacrato nei patti la soppressione dei sacrifici umani.
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