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O Fimmini!
dumani ci sunnu i cursi
tinitivi intra pecori, iaddìni e picciriddi cu campa campa e ai mori mori
u sindaco si la scotola

Era il peana della Targa che ogni anno il «Tamburinaro» di turno gridava alle popolazioni delle Madonie.
Un mese prima calava a Termini «Don Vincenzo», cappello sulle ventitrè, sempre arrabbiato, seguito dal codazzo degli addetti. Costituiva il quartiere generale della Targa al Grand Hotel; per un mese scomparivano le autorità, comandava lui.
E in effetti per tale periodo sembrava che Termini si fosse almeno europizzata. Nomi altisonanti di ogni paese del mondo al Grand Hotel, abitudini cosmopolite, belle donne, le officine risonanti degli urli dei motori in prova e delle grida dei meccanici in tutti i dialetti italiani e lingue estere.
Era una febbre che prendeva tutti grandi e piccoli che spingeva anche le donnette fuori di casa a renderle edotte dei segreti della Targa.

Alla vigilia della corsa tenevano «l’asta» dei corridori nel salone del Grand Hotel; del suo tavolo pontiflcava soddisfatto Don Vincenzo. Per il discendente del farmacista calabro che in appena due generazioni era riuscito lasciando le «burnie» e il «bicarbonato» a creare grosse imprese agricole, commerciali, industriali, di navigazione e di turismo era la volta del trionfo annuale. Passavano accanto a lui i vecchi gloriosi nomi dell’automobilismo Cagno, Nazzaro, Bordino, e poi Varzi, Nuvolari, Brilliperi, Masetti; stavano a fargli compagnia i «grossi» delle case: della Fiat, come l’Ing. Iano della Alfa, e l’Ing. Bugatti. Le macchine scendevano alla Targa quale banco di collaudo che faceva assumere poi ai modelli il nome della corsa.
In tutto questo Termini aveva la sua parte e avrebbe potuto avere di più nel campo delle iniziative turistiche. Questa era la grande speranza di Don Vincenzo andata delusa.

Quando dopo la guerra cercava di riportare alla vecchia gloria la sua creatura ne parlava con amarezza. Tornò, con i capelli bianchi, il cappello sulle ventitrè, il sorriso amaro e il tratto del signore che aveva trattato da pari potenti e regnanti.
La Targa riprese zoppicando il suo cammino ma cambiò lidi emigrando in luoghi più attrezzati per la ricezione turistica.

Emigrò anche Don Vincenzo, profeta perduto per Termini e inascoltato.

Gli hanno fatto il busto in bronzo e lo hanno posto tra i fiori e gli alberi di Cerda. E' somigliatissimo e soprattutto gli era sulle labbra il ghigno un pò beffardo nel sorriso di gran signore. Tanto signore che le corse le fece col suo denaro apportando valori di civiltà che giovarono a tutti.

 

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