La sezione storico-artistica del Museo Civico di Termini Imerese si snoda a partire dalla cappella di San Michele che, appositamente restaurata e adattata a sala espositiva, reca ancora resti di affreschi e, attraverso una scala, principalmente nel grande salone cinquecentesco.
Un'opera che dovette giungere attraverso i traffici commerciali legati al porto di Termini Imerese è il gonfalone processionale, dove sono raffigurati nel recto la Crocefìssione tra le figure dei dolenti, la Madonna e San Giovanni, nel verso i santi Pietro e Paolo, attribuito alla cerchia di Paolo Veneziano e datato intorno alla metà del XIV secolo. La tavoletta, che proviene dalla collezione Gargotta (cui si devono molte opere che costituiscono la raccolta del museo) ha subito interventi di restauro alla fine dell'Ottocento, nonché l'inserimento nella cornice in stile neogotico.
Non si ha notizia della provenienza dell' opera, se acquistata dal mercato antiquario o raccolta, come la maggior parte dei dipinti della collezione, da chiese o conventi soppressi di Termini Imerese. Quest'opera potrebbe essere giunta in Sicilia non solo dalla laguna veneta, ma anche tramite Pisa, come è ipotizzabile per altre opere di Veneziano, attivo fra l'altro nel camposanto pisano,
Potrebbe essere stato in origine un gonfalone processionale di una delle confraternite di Termini Imerese. Nota Giulia Aurigemma che "l'insieme proporzionale delle figure... riporta alla bottega o scuola di Maestro Paolo nel momento dell'ondata di neobizantinismo della metà del secolo".
Iconografia del tutto simile presenta il gonfalone processionale di collezione privala di Palermo, attribuito al Maestro delle Incoronazioni e databile alla fine del XIV secolo che reca nel verso la Resurrezione. Anche quest'opera s'inserisce tra quelle, più che d'importazione, d'ispirazione pisana, comunque dovute a quel flusso migratorio legato ai traffici commerciali, che portò alla presenza di numerosi dipinti di artisti peninsulari in Sicilia, grazie alla committenza delle colonie pisane nell'isola, e che spinse molli artisti locali, non ultimo il Maestro delle Incoronazioni, ad ispirarsi ai modelli toscani.
Una delle più importanti opere del museo è il trittico, già nella chiesa di Santa Maria la Misericordia, attribuito a Gaspare da Pesaro, e pure in deposito alta Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis, dove era esposto nella sala dedicata alla pittura del '400.
Gaspare da Pesaro, la cui attività è documentata dal 1413 al 1460, anno del suo testamento, è uno dei maggiori artisti della Sicilia occidentale nella prima metà del Quattrocento. Il pittore è noto solo attraverso notizie documentarie, non essendo pervenuta nessuna sua opera certa. Sempre considerato originario di Pesaro dagli studiosi, a parare da Gioacchino Di Marzo.
Grande studioso d'arte siciliana, al quale si deve la prima ricostruzione dell'attività del pittore, tale provenienza viene messa in dubbio da Geneviève Bresc Bautier. cui si deve un consistente apporto di informazioni documentane, che avanza la possibilità che la dizione "da Pesaro" che rileva altrove presente in Sicilia, fosse da considerare un patronimico.
Nel 1438 si reca a Gaeta da Alfonso il Magnanimo per miniare alcuni codici. Tale notizia consente di sottolineare da un lato l'importanza dell'artista che veniva chiamato a lavorare a corte e dall'altro la sua attività non solo di pittore, ma anche di miniatore. Il mitico del 1453 di Termini Imerese gli è riferito per primo dal Di Marzo, che suppone per l'opera una possibile collaborazione del figlio Guglielmo, non concordando con l'attribuzione proposta da Ignazio De Michele a Tommaso De Vigilia. Ritenuto erroneamente una copia da alcuni studiosi, il trittico è risultalo autentico dopo il recente restauro presso l'Istituto Centrale del Restauro di Roma e mantiene ancora la sua attribuzione a Gaspare da Pesaro, magari con la collaborazione del figlio Guglielmo.
Tra le altre opere attribuite, si ricorda il polittico della collezione Gallera, già in casa Lo Faso ed oggi nella raccolta Romano, proveniente dalla chiesa madre di Termini Imerese. È stata inoltre portata avanti l'ipotesi che Gaspare da Pesaro potesse essere uno degli autori del Trionfo della Morte, già a Palazzo Scafani a Palermo e oggi esposto a Palazzo Abatellis. Se si accetta quest'ultima ipotesi sono da riferire al pittore per le affinità stilistiche con l'affresco, anche il trittico con .i santi Vito e Castrense, già a Monreale e oggi esposto a Palazzo Abatellis, e la prima carta miniata del codice "Consietudines et statuta nobilis civitatis Messanae" della Biblioteca Comunale di Palermo, opere che sono espressione della comune cultura tardo-gotica internazionale circolante a quel tempo nell'area mediterranea e di cui Gaspare da Pesaro dovette essere un cospicuo rappresentante.
Nel trittico di Termini Imerese sono raffigurali la Madonna con il Bambino tra i santi Giovanni Ballista e Michele Arcangelo e nella predella il presepe.
L'opera presenta affinità stilistiche con il polittico dell'Incoronazione della Vergine del Monastero del SS. Salvatore di Corleone, oggi esposto a Palazzo Abatellis, ormai generalmente attribuito a Guglielmi da Pesaro, e per certi aspetti stilistici anche con il trittico della Madonna del cardellino della chiesa madre di Caccamo, centro vicino a Termini Imerese con il quale spesso divise anche gli artisti. La recente attribuzione allo stesso pittore sottolinea, sia pure attraverso ipotesi, la diffusione dell'attività della bttega dei da Pesaro: Gaspare, che dovette esserne il fondatore, e Guglielmo, l'abile continuatore, negli anni 1450 e ril 1460 verosimilmente vi lavorarono fianco a fianco.
Una originale iconografia reca una scultura lignea dipinta raffigurante la Trinità in forma di Pietà che propone i tre personaggi divini con gli stessi tratti fisionomici e avvolti in un unico mantello. Questa iconografia, rappresentata in Sicilia solo da quest'opera, andò totalmente in disuso dopo la Controriforma. La scultura, giunta al museo come dono Indovina, è dovuta a maestro spagnolo o d'ispirazione spagnola, in una Sicilia, ormai dal 1415 viceregno, stranamente legata ai dettami culturali del Regno di Spagnia, che risente, come nota Teresa Viscuso, dell "influenza fiamminga".
Raro esemplare marmoreo è la croce tardo quattrocentesca sita in origine su di una colonna nel piazzale antistante la chiesa francescana di S. Maria di Gesù, detta la Gancia. di Termini Imerese. Analogamente dinanzi ad altre Chiese francescane erano croci similari, come quella perduta già sita davanti alla Chiesa di Santa Maria di Gesù di Palermo, e l'altra ancora oggi posta dinanzi alla chiesa di Sant'Antonio di Castelbuono che presenta alla base la data del 1413.
La croce marmorea di Termini Imerese presenta un'iconografia originale, similare per certi aspetti a talune croci astili d'argento del XV secolo, con, nel recto, al centro Cristo Crocifisso e ai capicroce i simboli degli Evangelisti recanti cartigli senza scritte e, nel verso, al centro la Madonna con il Bambino e ai capicroce santi proposti dalla committenza. La croce marmorea di Termini Imerese si può considerare un prodotto della bottega gaginiana della fine del XV secolo.
Tra le altre sculture gaginiane del museo si ricordano l'icona marmorea raffigurante la Madonna con il Bambino chiusa dalle caratteristiche paraste con candelabro.
Tra le opere di artisti termitani, neI museo sono pure i brani frammentari di affreschi del 1486, staccati, con storie di Santa Caterina provenienti dall'omonima chiesetta, che Gioacchino Di Marzo attribuisce ai fratelli Niccolo e Giacomo Graffeo, i quali oltre che pittori erano anche miniatori. Nel 1484 Niccolo Grafico, pictor, habitator Tbermarum, s'obbligava a miniare un breviario "di auro fino et azolo" per suor Lucrezia di La Matina, cui anche il fratello Giacomo avrà potuto collaborare.
Ancora un affresco staccato quattrocentesco, proveniente dalla cappella di San Gaetano della chiesa Madre, è la raffinata Madonna del latte.
Dal 1502 al 1514 era attivo a Termini Imerese il pittore, della cerchia di Riccardo Quartararo, Nicolo da Pettineo, definito in un documento del 1502 habitator civitatis Thermarum. che nel 1501 s'impegna a "ingessare, dorare e dipingere un Gonfalone nuovo di S. Maria La Misericordia", nel 1506 acetta di dipingere per la Chiesa di San Giacomo una tela raffigurante il santo titolare con storie della sua vita e che Ignazio De Michele considera "termitano" a proposito degli affreschi del 1514 della Chiesa di Santa Maria la Misericordia raffiguranti storie del Vecchio e del Nuovo testamento. Questi affreschi sono stati poi imbiancati attraverso i secoli e oggi è superstite nel museo solo la scena raffigurante la cattura di Gesù nell'orto. Reca la firma del pittore, come ha recentemente rilevato Teresa Pugliatti, anche la Deposizione del museo.
Il Museo Civico di Termini Imerese permette dì scorrere anche la storia dell'arte del centro attraverso le opere degli artisti termitani, come Giacomo Di Leo, scultore locale, dì cui è esposta la pregevole scultura lignea di San Giovanni Battista, già nell'omonima chiesa, Questi nel 1511 s'obbligò a realizzare "un Crocifisso in legno con sua conetta in piede per quella Chiesa di S. Caterina, simile ad un altro di già esistente in quella di S. Sebastiano", che Gioacchino Di Marzo ritiene "quel primo...sia il medesimo, che, proveniente dalla chiesa anzidetta, vedesi ora nella sacrestia del duomo di Termini, pregevole per molta espressione del volto e per la sveltezza delle forme in mezzana grandezza, benché mal ridipinto con tutta la croce, sormontata da un pellicano pure ad intaglio". È andata perduta la "grande croce di legno con ornati e fogliami" della chiesa madre dì Vicari, dipinta da Nicolo da Pettineo e realizzata nelle parti lignee da Giacomo di Leo. Queste due figure di artisti pertanto, attivi nello stesso periodo a Termini Imerese, si trovano operanti insieme a Vicari.
Sono brano della storia dell'arte dell'area Termini-Caccamo, strettamente legata al palermitano, gli affreschi del 1543, staccati e riportati su tela, riferiti a fra' Nicola Spalletta d i Caccamo, già nell'atrio del convento di San Domenico di Termini Imerese e oggi nel Museo Civico. Gioacchino Di Marzo così li descrive: "Nel maggiore di essi vedonsi figurate tre sante in piedi e quasi al naturale, ossieno S. Caterina da Siena fra la Maddalena e S. Margherita, oltre una piccolissima figura d'una pia donna genuflessa e pregante al di sotto...: nel terzo è la Vergine col suo ampio manto aperto da amho i lati, sotto il quale son molti frati domenicani, genuflessi e raccolti in atteggiamento di preghiera. Questi affreschi dimostrano che il frate Spalletta, a parte alcune durezze e rigidità nel disegno, fu pittore d'ingegno e di gusto, educato alla scuola di valorosi maestri, ed hanno analogia con quel tanto che fu scoperto in quelli dell'atrio del soppresso convento di S. Domenico in Palermo, anteriori di diciassette anni e indubitata opera di sua mano".
Pregevole e raffinata opera fiamminga, di scuola di Colonia del XVI secolo, è l'Annunciazione. I monili che impreziosiscono il manto dell'angelo offrono un significativo esempio di quelli circolanti in quell'epoca nell'area mediterranea.
Tra le tavolette bizantine sparse in Sicilia è anche il trittichetto dell'Odigitria del museo, ove sono raffigurati, secondo uno schema arcaico, al centro la Madonna con il Bambino e ai lati e negli sportelli laterali una serie di angeli e santi della chiesa greca: Giovanni Crisostomo, Gregorio Nazianzeno, Basilio e Giovanni Evangelista. Nello sportello di sinistra sono raffigurati in alto la Vergine, San Giuseppe e un angelo, in basso San Giorgio.
Nello sportello di sinistra San Gioacchino, Sant'Anna e la Vergine, in basso San Demetrio. Simmetricamente in basso lateralmente sono i Dioscuri cristiani San Giorgio e San Demetrio che, in sella ai loro destrieri, con la lancia uccidono uno il drago e l'altro il capo dei saraceni, significativamente e simbolicamente coincidenti, raffigurando uno specifiche avversità e l'altro concretamente il nemico, su cui si abbatte la forza vittoriosa dei due santi condottieri. L'opera oscilla da una datazione al XII ad una al XVIII secolo, ma possibilmente da ricondurre alla fine del XVI inizi del XVII secolo.
Una piccola croce dipinta dell'inizio del XVII secolo si presenta ormai priva di cornice, con la parte terminale dei bracci segnata da una smussatura centinata, senza capicroce, forse tagliata, come rifilata nella parte principale intorno alla figura del Ctristo, che risulta come compressa. Ai piedi compare ancora il simbolico teschio e in alto il titolo. È opera di modesto pittore siciliano dal tono devozionale che propone le fattezze del Cristo intonate alla volontà coinvolgente e didascalica dei temi pietistici dell'arte post-riformistica barocca.
Tra le opere di artisti non siciliani vi sono: la Santa Cecilia, di scuola bolognese del XVII secolo, e un bozzetto del Bernini per il San Girolamo senese.
Tra i maggiori artisti di Termini Imerese Vincenzo La Barbera che, nato negli anni 1576-1577, si firmava: Thermitanusque Himereus pictor. Si conservano al museo il dipinto raffigurante i santi Cosma e Damiano, firmato e datato 1612, in cui è pure il suo autoritratto, quello con il Martirio di Sant'Agata, l'altro della Trinità che fulmina l'eresia del 1616, quello del Cristo in croce tra i due ladroni e la Maddalena, già nell'ex convento di San Francesco di Ciminna. Numerosi suoi dipinti si trovano a Termini e a Caccamo. Nel 1610 affresco la sala delle adunanze del Palazzo Senatorio di Termini Imerese, raffigurandovi episodi di storia locale in cui Vincenzo Abbate ha notato influenze fiamminghe.
"Figura di artista colto", come lo definisce Maria Grazia Ruggieri Tricoli, "segnalato esponente dell'ultimo umanesimo termitano, probabilmente formatosi nell'ambiente vivace che ruotava, a Palermo, attorno alla fondazione urbana ed a forti influssi del manierismo toscano".
Figura di architetto di spicco nella cultura del tardo manierismo fu anche attento alla realizzazione di opere d'arte decorative, fornendo disegni per apparati effìmeri, per paliotti d'altare e arazzi, come quelli commissionati dal potente casato degli Enriquez-Cabrera, che si trovano pure al Museo. Viene definito architetto del Senato quando lavora agli apparati effìmeri in occasione delle feste per l'entrata del Viceré duca di Albuquerque nel 1626, insieme a Mariano Smiriglio. Gli si devono i progetti della chiesa madre di Caccamo, dove recentemente la scrivente ha riscoperto alcuni affreschi che parrebbero da riferire al versatile maestro, e del piano della chiesa madre di Termini Imerese, dove interviene in qualità di ingegnere della città.
Altro pittore termitano, di cui non poteva mancare la presenza di un'opera al museo, è Francesco Quaraisima, attivo nei primi decenni del Seicento. SI tratta della Nascita del Battista di cui esiste un'altra versione a Caccamo, oggi nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli, firmata dal pittore e datata 1619.
Altri suoi dipinti nella città natale sono il San Carlo Borromeo del 1615, dell'omonima chiesa, e la Madonna tra i santi Onofrio e Nicola del 1630, della Chiesa dell'Annunziata. Si tratta di un pittore "dallo stile formulario iconico tardo manie reta", che, come nota Antonino Cuccia "costruisce un'arte personalissima, ricca di umori popolari resi con una maniere dimessa e pregnante".
Interessante è la copia, pressoché coeva, del dipinto di Matthias Stomer raffigurante II miracolo di Sant'lsidoro Agricola, in cui Antonino Cuccia pensa di Intravedere la mano di "un maestro forse tedesco o forse anche fiammingo che lavora a Caccamo: Joan Craus". Il dipinto originale oggi nella chiesa madre di Caccamo, provenienti dalla Chiesa di Sant'Agostino, che reca la firma e la data: Matthias Stomer a. 1641, venne donato alla chiesa dal benefattore caccamese Giuseppe Antonio Lo Faso, anche se l'iconografia dovette essere voluta dagli Agostiniani, attenti alla "nuova figuratività naturalistica dell'affermato pittore fiammingo".
La pittura del Settecento siciliano è presente al museo con il bozzetto di Olivio Sozzi dell'affresco della Chiesa di Santa Maria di Ispica, raffigurarne il Sacramento della Santa Messa. Olivio Sozzi è uno dei pittori di spicco della prima metà del Settecento in Sicilia. Altra significativa opera al museo è il ritratto di Frate Pietro da Mazara di Fra' Felice da Sambuca, pittore cappuccino presente con i suoi modi coinvolgenti e la sua forte carica devozionale in tutta la Sicilia. Gioacchino Viscosi, nato a Sambuca nel 1734, prende l'abito cappuccino nel 1755 e il nome rii Felice. Dopo una prima formazione artistica a Sciacca alla scuola di Francesco Avervi, a Palermo frequenta Olivio Sozzi ed entra in contatto con Vito D'Anna, Mariano Rossi, Gaspare Serenario, Gioacchino Martorana. Nel 1768 viene chiamato a Roma da Papa Clemente XIII per dipingere ritratto e miracoli di Fra' Bernando da Corleone, e nel 1777 in Toscana, dove dipinge in diversi conventi della regione.
In ogni convento cappuccino in Sicilia lascia i suoi dipinti, dai temi iconografici fortemente ripetitivi, che esprimono tuttavia l'immediatezza di una fede che riesce sempre a trasmettere agli altri.
Tra le opere del XVIII secolo è ancora una Crocifissione di Giuseppe Velasco, una delle più rappresentative personalità pittoriche del tardo Settecento. Sulle orme dei suoi primi maestri Gaetano Mercurio e Giuseppe Tresca, guardò alla pittura di Gioacchino Martorana e di Vito D'Anna, ma l'incontro più significativo fu quello con il Marvuglia con il quale instaurò un sodalizio che, come nota Maria Giuffrè, gli consentirà di coltivare quel gusto antiquario proprio anche di architetti-decoratori coevi.
Il secondo Ottocento siciliano è rappresentato dal ritratto del benefattore del museo, Antonio Maria Gargotta, di Filippo Liardo (1857), dal ritratto maschile di Francesco Lo Jacono e dai dipinti dell'insigne termitano Ignazio De Michele.
Questi, uomo di cultura, studioso di storia e arte locale, non casualmente si occupò prporpio dele opere d'arte del Museo Civico, di cui fu anche uno dei benefattori. Trai suoi più significativi studi non si può non ricordare che a lui si deve, tra l'altro, il rinvenimento dell'atto di commissione della croce dipinta nella chiesa madre di Termini Imerese a Pietro Ruzzolone nel 1484. Viene segnalato anche come pittore dal Gargotta e da Agostino Gallo.
Donò diversi suoi dipinti al museo tra cui si ricordano il Castello di Termini, con l'iscrizione "prima del 1860", Fiori, Pesci, Paesaggio Termitano, Pernice, che recano le sue iniziali e la data 1876, Venere e San Sebastiano.
Non mancano nel museo, infine, pregevoli opere d'arte decorativa, dal gruppo in ceroplastica raffigurante la Madonna con il Bambino, che richiama i modi di Anna Fortino, ai mobili siciliani del XVIII sec. . Tra questi è l caratteristico cassettone in legno laccato e dipinto con motivi floreali che recano tutte le calde tonalità della tipica policromia dell'arte siciliana.
Naturalmente, ciò è stato possibile soprattuito per Termini: si è cercato di inserire la cultura materiale e artistica della città antica nel contesto topografico urbano, con l'aiuto di una serie di pannelli che informano il visitatore sulla città nel suo insieme e illustrano i principali edifici e le opere pubbliche più importanti. L'industria litica del riparo del castello è da attribuire all'epigravettiano (fase finale del paleolitico superiore) e si caratterizza per il microlitismo degli strumenti. Industria litica e ceramica (epigravettiano e neolitico) sono state rinvenute nelle grotte dei ditorni di Termini (grotte Geraci, Natale, Di Nuovo, Fanio, Puleri).
Llame, raschiatoi e bulini sono largamente presentati e in parte sono esposti nelle vetrine, in parte sono ancora sistemati in piccole cassette di legno, secondo l'ordine che diede loro lo stesso Patiri all'inizio del secolo.
Entrando nella saletta dedicata alla colonia di Hlimera, l'attenzione del visitatore e attirata da due elementi della grondaia marmorea a maschero leonine che decorava il tempio della Vittoria, costruito dopo il 480 a.C per celebrare il successo conseguito dai Sicelioti sui Cartaginesi nei pressi della città. Recuperata in gran parte da Pirro Marconi negli anni 1929-30 ai lati dell'edificio, è oggi conservata nel Museo Archeologico "A. Salinas" di Palermo. Tuttavia parte di essa era stata già messa in luce nel 1812, durante saggi di scavo promossi da I. De Michele ed E. lannelli ed eseguiti da C. Meli sul lato settentrionale del tempio. Vennero recuperate in quella occasione nove grandi: tre di esse furono portate a Palermo, altre sei conservate a Termini; di queste ultime sono esposte le due in migliori condizioni. Secondo il Marconi si possono distinguere due botteghe, di provenienza agrigentina, una più attenta alla plasticità delle forme, l'altra ai caratteri disegnativi e decorativi della giubba leonina.
Nella vetrina centrale è visibile il cratere attico a figure rosse (databile intorno al 450 a.C.) rinvenuto in una tomba presso punta Alca Secca nel territorio di Himera. La scena principale, in gran parte restaurata e ridipinta malamente, raffigura la partenza di un guerriero; sul lato posteriore è rappresentata la conversazione tra tre giovani ammantati. Nella prima vetrina sul lato destro è esposto il cratere a campana ritrovalo nel 1872 in proprietà La Scola, nell'area necropoli accidentale della città. Sul lato principale è raffigurata una scena di interni, su quello secondario, piuttosio trascurato, tre giovani ammantati. Si tratta di un'opera modesta, non lontana dalla cerchia del "Pittore della Scacchiera", nome convezionale che designa un ceramografo siceliota, attivo a Siracusa dopo il 415 a.C. . Nella slessa vetrina è posto un gruppo di lekythoi funerarie antiche, per lo più a figure nere, databili dalla fine del VI a tutto il V set. a.C.
In una seconda vetrina è invece esposto un gruppo di vasi a vernice nera, di statuette di terracotta e di lucerne, testimonianza dei corredi funerari posti nelle tombe delle necropoli che circondavano la colonia. Essi coprono un arco cronologico che va dall'età arcaica (VI set. a.C.) a quella classica (V sec.). fino alla distruzione di Himera nel 408 a.C. Si tratta di prodotti correnti, tra cui si segnalano una statuetta di Athena Lidia, un gruppo di tre figure sedute, uno skyphos (coppa per bere) corinzio e la ceramica da tavola a vernice nera brillante importata da Atene.
La collezione di monete greche è posta in questa stessa saletta. Comprende sia monete d'argemo di zecche greche e campane (Atene, Corinto. Velia), sia monete di bronzo coniate da diverse città siciliane.
Nella saletta attigua e visibile la collezione di monete romane di argento e di bronzo emesse da numerosi imperatori, a partire da Augusto.
I reperti termiiani sono ordinati per tipologia nel salone di piano terra, in quanto in seguilo alla perdita dei giornali di entrata del museo non e più possibile recuperare i contesti archeologici originari. Non vi è dubbio che la maggior pane degli oggetti integri provenga dalle necropoli della città, tuttavia non si sono conservati documenti che permettano di ricostruire i corredi lombali. Confermano questa ipotesi alcune note di archivio superstiti, che indicano come luogo di rinvenimento di alcuni di essi la contrada Giancaniglia e il piano di S. Antonio, cioè le aree su cui si estendevano le due più importanti necropoli di Thermae Himerae.
Non è stata possibile, pertanto, una presentazione diversa da quella adottata, che offre comunque il vantaggio di dare al visitatore un panorama completo della cultura materiale e artistica della città antica.
Nelle vetrine collocate nei pressi dell'ingresso sono esposte le terrecotte figurate e le lucerne. Le terracotte figurate sono per lo più databili in età ellenistica, tra il III e il I sec. a.C. Sono rappresentati i tipi femminili più comuni e popolari di questo periodo, di cui spesso si conservano le sole testine con acconciatura a "chignon" o a "melone".
La collezione di lucerne copre un arco cronologico che va dal IV sec. a.C, fino al VII sec. d.C. Tra le lampade ellenistiche ci sembrano di particolare interesse quelle con serbatoio aperto e tubo centrale, interamente verniciate di nero (IV-III sec. a.C); nel corso del III secolo si datano gli esemplari con serbatoio globulare e lungo becco, verniciati di nero o acromi. Documentate in un numero notevole sono le tipiche lucerne di produzione siciliana del I sec. a.C., con serbatoio globulare o carenato e corto becco. Tra gli esemplari della prima età imperiale se ne segnala un gruppo con becco a volute, disco decorato e alta presa a semiluna, firmato ATY, da attribuire quindi alla bottega di Proclus Agyrios, che fu attiva nella Sicilia orientale per tutto il I sec. d.C. e probabilmente anche agli inizi del II. Altre lampade con becco a volute e disco decorato, ma con vasca meno profonda e piccola presa si devono assegnare per lo più a fabbriche italiane e sono databili nel I e nel II sec. d.C. Tuttavia, una di esse, firmata LOUKIOU (in caratteri greci), è stata senza dubbio importata da Corinto.
Un gruppo abbastanza numeroso è costituito dalle lucerne africane a vernice rossa, che furono importate e anche imitate in Sicilia a partire dal IV sec. d. C. Presentano sempre palla e disco decorati, il secondo spesso con motivi cristiani, come il segno di croce.
Anche la ceramica ellenistica è esposta in due vetrine, secondo un simile criterio tipologico e cronologico. Nella prima sono collocati i vasi a vernice nera, mentre in quella retrostante le ceramiche domestiche acro-me. Fra tutte ci sembrano degni di attenzione una pisside, un coperchio e una bottiglia, decorati nello stile detto "Gnathia" (sovradipintura bianca sul fondo a vernice nera). Nei corredi funerari erano comuni anche gli unguentari, dalla caratteristica forma allungata e diversi tipi di brocchette, di cui è esposta una scelta.
Nella prima vetrina sul lato opposto della sala continua l'esposizione della ceramica fine da tavola con i piatti a vernice nera di fabbrica campana e i vasi "a pareti sottili" del II-I sec. a.C. Intorno al 40-30 a.C., co-minciò a diffondersi la ceramica a vernice rossa, prodotta nelle fabbriche della penisola (sigillata italica). Numerosi frammenti di quest'ultima sono visibili nella stessa vetrina, soprattutto fondi di piatti, che conservano un bollo con la "firma" del ceramista. A partire dal II sec. d.C. la sigillata italica fu sostituita dalla sigillata africana, che divenne fino all'età bizantina il vasellame da tavola più comune anche in Sicilia. Una scelta di frammenti dei due tipi A e D, prodotti entrambi nell'area dell'attuale Tunisia, ci da un'idea dell'ampia diffusione anche a Termini di queste stoviglie.
Tra gli altri vasi di età romana sono ben rappresentate, inoltre, le urnette acrome, destinate spesso a contenere le ceneri del defunto, e una serie di brocchette di età tardo romana (V-VII sec. d.C.), che si distinguono per la decorazione a larghi solchi sul corpo, ottenuti con il tornio.
Un'altra attività artigianale presente a Termini era la lavorazione del vetro, come dimostra il frequente rinvenimento di scorie di fusione di questo materiale negli scavi archeologici eseguiti nell'area urbana.